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20240310   Lettura pubblica.   

(Alessandria.  10 mar 2024)

 

I fatti del 1821 e la figura di Santorre di Santarosa.
 

Infanzia e prime esperienze militari

Santorre nacque a Savigliano nel 1783 da una nobile famiglia piemontese. Suo padre, Michele Derossi di Santa Rosa conte di Pomerolo, all'epoca della Rivoluzione francese, era un colonnello della Regia Armata Sarda, mentre la madre, Paolina Edvige Regard de Ballon, morì nel 1790. Santorre di Santa Rosa entrò nell'esercito regio a tredici anni, come alfiere dei Granatieri reali comandati dal padre e prese parte alla battaglia di Mondovì del 21-22 aprile 1796 contro l'Armée d'Italie comandata da Bonaparte.
Durante l'occupazione austro-russa il padre fu colonnello del Reggimento provinciale di Asti e combatté a Marengo (14 giugno 1800) sempre contro Napoleone, dove morì. Annibale proseguì intanto gli studi a Savigliano e poi all'Università di Torino. Nel frattempo, la Savoia e il Piemonte, che solo da relativamente pochi anni si erano svincolati dall'influsso politico transalpino, passarono ai francesi.

Già da ragazzo, Santorre di Santa Rosa mostrò uno spiccato interesse per l'attività politica e nel 1801 cominciò a impegnarsi su questo fronte, divenendo così piuttosto conosciuto a Savigliano, dove rimase per tutta l'infanzia e l'adolescenza. Nel 1807, all'età di 24 anni, fu eletto sindaco (maire) a Savigliano: in questo modo ebbe la possibilità di approfondire la sua conoscenza del mondo politico e civile. Successivamente entrò nell'amministrazione francese e, abbandonata la carica di sindaco di Savigliano, nel 1812 divenne sottoprefetto alla Spezia, incarico che continuò a esercitare fino al 1814.

Dopo la restaurazione della monarchia sabauda, Santorre ottenne il grado di capitano dei granatieri del Reggimento Guardie e col 1º Battaglione prese parte alla campagna austro-sarda in Savoia e nel Delfinato, essendo presente al combattimento del 6 luglio 1815 sotto le mura di Grenoble. Entrò poi nel ministero della guerra e marina come ispettore delle leve provinciali nel 1816. Il 15 agosto 1820 fu insignito della gran croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Avvicinatosi alla Carboneria, Santarosa cominciò a coltivare l'idea di una campagna militare, che avrebbe dovuto essere guidata da Vittorio Emanuele I di Savoia, allo scopo di liberare i territori italiani dalla dominazione straniera. Inoltre, riteneva che il re si dovesse impegnare a concedere ufficialmente una costituzione ai sudditi del Regno, un fatto che avrebbe testimoniato l'impegno dei Savoia ad allearsi con i patrioti e ad assumere la guida del movimento liberale italiano. Tuttavia, fin dall'inizio del suo mandato, Vittorio Emanuele I s'impegnò a restaurare in Piemonte e negli altri territori un soffocante regime assolutistico, che andava in direzione opposta alle idee liberali della Carboneria e della borghesia in generale.

Insurrezione meridionale e accordi con Carlo Alberto

Allora, Santorre di Santa Rosa cercò di trovare un altro aiuto, quello del giovane erede al trono sabaudo Carlo Alberto di Savoiaprincipe di Carignano, per indurlo ad assumere la guida dei rivoluzionari. Carlo Alberto era stato infatti l'unico esponente della famiglia sabauda a esprimere la propria solidarietà agli universitari torinesi che, nel gennaio 1821, avevano organizzato contro l'Austria una manifestazione pacifica e liberale, manifestazione repressa subito nel sangue; per questo motivo, Santorre pensò che Carlo Alberto avesse davvero a cuore la questione italiana. I primi contatti si rivelarono più che positivi e sembrava che il giovane esponente dei Savoia avesse davvero intenzione di aderire all'impresa, convincendo Santorre e altri generali piemontesi a organizzare un'insurrezione militare.

Nel 1820 le insurrezioni scoppiate in SpagnaPortogallo e Italia meridionale contribuirono a rafforzare il patriottismo italiano, in particolare quello piemontese, i cui sostenitori pensarono che la loro rivolta sarebbe stata appoggiata e seguita, con ogni probabilità, da parte dei patrioti siciliani e napoletani. Inoltre, i patrioti piemontesi cercarono in ogni modo di sostenere militarmente gli omologhi napoletani, ma non vi riuscirono per motivi legati alla scarsa organizzazione e alla tardiva notizia della partenza dell'esercito asburgico per il Regno di Napoli.
Nella seconda metà del 1820, Santorre si incontrò spesso segretamente con alcuni generali, politici (tra cui Amedeo Ravina) e con il giovane principe di casa Savoia per definire la data e le modalità della ribellione; dopo molte riunioni, si stabilì che la rivolta dovesse scatenarsi non prima dell'inizio del nuovo anno, in modo che l'esercito austriaco, ancora impegnato nella repressione dei moti di Nola e di Napoli dello stesso anno, non fosse subito pronto a intervenire in quanto bisognoso di qualche tempo per riorganizzarsi.

1821: l'anno dell'insurrezione e del suo fallimento

Accordi con Carlo Alberto e inizio della rivolta

Il 6 marzo 1821, durante la notte, Santorre e i generali si riunirono nella biblioteca del principe, insieme allo stesso Carlo Alberto, per organizzare nei dettagli l'impresa che, secondo un accordo precedente, avrebbe dovuto avere inizio nel mese di febbraio: nel corso dell'incontro, Carlo Alberto mostrò alcuni tentennamenti, soprattutto sulla intenzione dei congiurati di dichiarare guerra all'Austria. Queste esitazioni portarono Santorre ad avere dubbi sul principe e sulle sue vere intenzioni. Tuttavia Carlo Alberto lasciò intendere il suo appoggio. Per questo motivo, Santorre ed i suoi associati fecero pervenire il messaggio di prossimo inizio della rivolta ai reparti militari di Alessandria, che, il 10 marzo, diedero inizio all'insurrezione, seguiti subito dopo dai presidi di Vercelli e Torino. In quell'occasione fu emesso da parte dei generali insorti il famoso Pronunciamento, proclama con il quale si decideva l'adozione di una costituzione, improntata sul modello di quella spagnola di Cadice del 1812, che prevedeva maggiori diritti per il popolo piemontese e una riduzione del potere del sovrano. Ma il re, piuttosto che concedere questa carta costituzionale, preferì abdicare in favore del fratello Carlo Felice, in quel momento assente dal Piemonte, trovandosi a Modena. La reggenza temporanea fu quindi affidata al principe Carlo Alberto di Savoia-Carignano che, assunto l'incarico, concesse la Costituzione e nominò Santorre di Santa Rosa ministro della guerra del governo provvisorio.

Crisi del governo costituzionale e fine della rivolta

Nel frattempo, il movimento di ribellione aveva portato alla ribalta Michele Gastone e Carlo Bianco di Saint Jorioz, più legati alla dottrina radicale di Filippo Buonarroti che a quella moderata che aveva ispirato la rivolta. Questo fatto contribuì a creare le prime crepe al debole governo costituzionale creato dal reggente e da Santorre: quest'ultimo, pur resosi conto della crisi, non abbandonò la situazione, rimanendo fedele ai compagni e sperando che tali difficoltà potessero essere risolte. Ma quando sembrava che si fosse giunti a un accordo, venne meno l'appoggio del reggente che, sfiduciato il 16 marzo dal rientrante Carlo Felice, si distaccò da Santa Rosa e dagli altri insorti.

Il nuovo sovrano revocò la costituzione e impose a Carlo Alberto di rimettersi al suo volere, abbandonando Torino e recandosi a Novara, rinunciando definitivamente alla sua carica e alla guida del movimento di rivolta. Nella notte del 22 marzo, mentre alcuni, tra cui lo stesso Santa Rosa, annunciavano una prossima guerra contro l'Austria, Carlo Alberto fuggì segretamente a Novara, abbandonando gli insorti al loro destino. Poche ore dopo Santorre, alla guida di un piccolo reparto, si recò nella città piemontese per tentare di convincere il principe e le sue truppe a tornare dalla sua parte, ma la missione si rivelò del tutto infruttuosa. Le sue parole, piene di sentimento e di autentica sofferenza, non furono in grado di riportare l'esercito e soprattutto il renitente Carlo Alberto dalla sua parte:

«Soldati Piemontesi! Guardie Nazionali! Volete la guerra civile? Volete l’invasione de’ forestieri, i vostri campi devastati, le vostre Città, le vostre Ville arse o saccheggiate? (...) Annodatevi tutti intorno alle vostre insegne, afferratele, correte a piantarle sulle sponde del Ticino e del Po.»

(Ordine del giorno 23 marzo 1821, Torino, Stamperia Reale)

A questo punto, sapendo che ci sarebbe stata presto una pesante repressione, Santorre si risolse alla fuga. Il 9 aprile il conte riunì per l'ultima volta la Giunta, proponendo di spostare i lavori a Genova per provare un'ultima resistenza, ma l'immediato rifiuto e il successivo scioglimento della stessa resero vano il tentativo. Qualche giorno dopo, all'inizio di aprile, alcuni reparti dell'armata imperiale austriaca, giunti in Piemonte in funzione di appoggio all'esercito regio, sconfissero pesantemente le forze costituzionali prive della guida del loro carismatico capo.

In questo modo, l'avventura del Santa Rosa e degli altri carbonari terminò tragicamente: il neonato governo costituzionale cadde dopo neppure due mesi e il sogno dei rivoluzionari si infranse.

Fuga e clandestinità

Soggiorno forzato in Svizzera e trasferimento a Parigi

Temendo di essere presto catturato e giustiziato dagli austriaci, Santorre fuggì verso i territori imperiali, dove fu improvvisamente arrestato; tuttavia, fu presto liberato da trenta studenti guidati dal colonnello polacco Schultz, che gli assicurò il suo appoggio incondizionato. Successivamente, passando segretamente da GenovaMarsiglia e Lione, trovò rifugio a Ginevra, dove visse alcuni mesi in compagnia di alcuni suoi fedelissimi, tra cui Luigi Ornato e Ferdinando Dal Pozzo. In questo breve periodo di tranquillità, uno dei pochi della sua vita, scrisse molti "ricordi", successivamente raccolti in un'opera postuma.

Nel novembre 1821 il governo svizzero gli impose di partire, in seguito alle pressioni sabaude e asburgiche. Il 19 novembre si recò a Losanna, da dove partì per Parigi insieme al fedele Ornato, che rinunciò a stare in Piemonte con la sua famiglia, pur avendone la possibilità in quanto non scoperto, per rimanere con il suo "maestro". Arrivato nella città francese, affittò un piccolo appartamento nel Quartiere latino con il nome di Conti: in questo modo, pur vivendo nascosto e in povertà, riuscì a concentrarsi nei suoi studi e nei suoi scritti, che culminarono nella redazione della sua unica opera organica, De la révolution piémontaise, del 1821, uscita in tre edizioni.

 

Amicizia con Cousin

 

Victor Cousin fu uno dei più grandi amici di Santorre di Santa Rosa. Nel 1822, lo ospitò nella sua casa parigina per sottrarlo all'arresto.

Nel febbraio 1822 Villèle fu nominato Presidente del consiglio francese; subito dopo la sua elezione, la polizia transalpina strinse un accordo con quella sabauda, con l'obiettivo di arrestare il maggior numero possibile di rivoluzionari piemontesi che si erano rifugiati in Francia. Tra di essi vi era naturalmente anche Santa Rosa, che fu immediatamente avvertito di quello che stava succedendo dal suo grande amico Victor Cousin, un filosofo che lo ospitò per qualche tempo nella sua casa di Auteuil.

 

Soggiorno inglese e crisi spirituale

Sbarcato in Inghilterra nell'ottobre 1822, si recò molto presto a Londra, dove visse un periodo molto amaro per il sempre più lungo distacco dalla famiglia e per la distanza dagli eventi della sua patria. Dopo qualche tempo incontrò il letterato italiano Giovanni Berchet, con il quale discusse a lungo della situazione italiana e instaurò una buona amicizia; nello stesso periodo conobbe Ugo Foscolo, ritornato in Inghilterra dopo essere stato esiliato dagli austriaci: entrambi espressero il loro rammarico per l'incapacità di contribuire a formare un'Italia indipendente e unita. Il 1823 fu un anno molto difficile per il conte di Santa Rosa, che riuscì a malapena a sopravvivere con le scarse risorse economiche di cui disponeva, essendo incapace di trovare un'occupazione che lo impegnasse e interessasse. Neppure il forte rapporto di amicizia formato con Giacinto Collegno, piemontese e in esilio come lui, gli impedì di soffrire molto: pensò di cercare un impiego come insegnante di italiano presso qualche scuola, ma desistette presto per il mancato appoggio offertogli dalla riservata società britannica. Stette in contatto con l'amico Cousin, al quale riferì costantemente le sue sofferenze e la sua tristezza; in una di quelle lettere, scrisse:

«I miei sogni, i sogni della mia vivissima fantasia, sono svaniti: neppure la speranza si è spenta nell'anima mia: ella ormai vuole svincolare da questo terrestre suo carcere.»

Trasferimento a Nottingham e partenza per la Grecia

Nel frattempo, cominciò a coltivare l'idea di andare a combattere in Grecia per il movimento indipendentista locale, che mirava all'indipendenza dall'Impero ottomano e alla creazione di un governo libero e moderno. Dopo lo scoppio della guerra d'indipendenza greca, Santorre decise di lasciare l'Inghilterra per combattere per la libertà; indipendentemente dalla patria per la quale avrebbe combattuto, voleva morire per quello in cui credeva. Nel 1824 si trasferì con Collegno a Nottingham, dove, grazie al prezioso aiuto di Sarah Austin, riuscì a trovare un'occupazione come professore di lingua italiana; dopo che i deputati britannici gli promisero che gli sarebbe stato affidato in Grecia un importante incarico, prese la decisione definitiva di partire. Lasciato il non rimpianto suolo inglese il 10 novembre, sbarcò due settimane dopo sulle coste del Peloponneso: le cronache del Collegno riportano che l'entusiasmo iniziale fu gradatamente sostituito da un certo rimpianto e da un'evidente paura per le preannunciate difficoltà dell'impresa, a tal punto che il conte disse:

«Io non so perché mi dispiaccia che sia finito il viaggio: la Grecia non risponderà forse alla idea che me ne ero formata; chi sa quali accoglienze; chi sa che fine ci attende! »

Arruolamento nell'esercito greco

Subito dopo l'arrivo nel Peloponneso, Santorre si diresse con il fidato Collegno verso il centro di Nauplia , dove fu ricevuto con freddezza dal governo greco, recentemente informato dagli alleati inglesi del suo imminente arrivo. Il conte richiese un qualsiasi incarico per sé e per il compagno, ma la sua richiesta fu subito ignorata, tanto che Santorre non poté fare altro che attendere per qualche tempo. Nel frattempo si recò prima in Argolide, dove ammirò le bellezze di Epidauro e dell'isola di Egina, poi nell'Attica, dove fu estasiato dai monumenti di Atene e dalla riservatezza di Maratona, sito della celebre battaglia. Poche settimane dopo, poiché nessuna risposta giungeva dal governo ellenico, decise di chiedere nuovamente un incontro, che si rivelò altrettanto infruttuoso. Gli fu fatto sapere infatti che l'unico modo per poter partecipare alla guerra sarebbe stato quello di cambiare il proprio nome: in caso contrario, gli inglesi lo avrebbero esiliato anche dalla Grecia. Presentatosi così come Annibale De' Rossi, ricevette un'uniforme militare e si preparò a combattere come soldato semplice, vista l'impossibilità di ricevere un incarico di maggior pregio. Tra il febbraio e il marzo del 1825 partecipò agli scontri di Patrasso, dove l'esercito greco ebbe la meglio su quello ottomano; il 19 aprile contribuì a sconfiggere le truppe del pascià Ibrahim e il 21 aprile giunse a Navarino, dove si predisponeva un assedio da parte delle forze locali.

Tra la fine del mese di aprile e i primi giorni di maggio Santorre di Santa Rosa visse un periodo piuttosto tormentato; la causa di ciò era dovuta al fatto che l'immagine del prediletto figlio Teodoro, che portava sempre con sé, si era in parte cancellata per l'umidità, e riteneva che questo fatto costituisse un triste presagio per il futuro: come in molti altri casi, Santorre non si sbagliò.

Assedio di Navarino e morte in battaglia

La difesa di Sfacteria, isola di fronte a Navarino, a chiuderne l'omonima baia, ebbe inizio il 5 maggio, quando le truppe egiziane di Mehmet Ali (allora l'Egitto, benché sostanzialmente autonomo, era ancora vassallo dell'Impero ottomano) attaccarono l'isola, ma le fasi principali della battaglia si tennero nei giorni immediatamente successivi, quando i mille soldati greci cominciarono a dare i primi segni di resa. Il 7 maggio furono mandati come rinforzo solo cento uomini, tra cui lo stesso Santa Rosa, che non riuscirono a offrire un grande apporto per l'efficacia dell'artiglieria nemica: inoltre l'esercito avversario era più riposato, meglio equipaggiato e molto più numeroso. La mattina del giorno successivo, Santorre fu invitato da Grasset, un segretario con il quale aveva stretto un buon rapporto, a lasciare l'isola: Santorre decise, invece, di rimanere fino alla fine per vedere più da vicino i turchi. Quello stesso giorno l'isola cadde in mano nemica; alcuni greci riuscirono a fuggire servendosi di piccole imbarcazioni, ma tra di essi non vi era Santa Rosa, che morì ucciso da un non identificato soldato maltese o egiziano: il conte fu probabilmente riconosciuto dai nemici, ma non fu risparmiato, poiché sapevano che dalla sua prigionia non avrebbero potuto ottenere niente di vantaggioso.

Il 16 maggio il Collegno ritornò nell'isola, nel frattempo riconquistata, per rintracciare il suo amico, ma non riuscì neppure a trovare il suo cadavere. La sua morte fu vendicata solo nel 1827 quando, nei pressi dell'isola, una flottiglia inglese, francese e russa sbaragliò i nemici.

Commemorazioni e riconoscimenti

La grande statua dedicata a Santarosa nell'omonima piazza centrale di Savigliano

Pochi giorni dopo la sua scomparsa, il quotidiano greco L'amico della legge fu il primo a dare la notizia della morte di Santa Rosa, del quale si tesserono le lodi per il grande impegno sostenuto in favore della guerra d'indipendenza locale. Non appena il Cousin seppe dell'accaduto, si promise di far erigere nell'isola di Navarino un monumento in suo ricordo, offrendosi di pagare tutte le spese; siccome non ricevette risposte da parte del governo, si rivolse al colonnello Fabvier, che lo aveva conosciuto personalmente e aveva saputo apprezzare il suo grande coraggio. Non appena l'isola fu liberata la richiesta del filosofo francese fu finalmente sostenuta, anche pubblicamente, dopo che il nome del conte aveva acquistato una certa fama: il monumento, molto modesto, presentava una breve iscrizione:

«Al Conte di Santa Rosa, ucciso l'8 maggio 1825.»

Inoltre Cousin gli dedicò il quarto libro delle sue traduzioni di Platone, nel quale tra l'altro scrisse una veloce biografia del conte. Il 22 agosto 1869 fu inaugurato, nel centro di Piazza Vecchia a Savigliano, un monumento a lui dedicato alto più di sei metri. Eretto grazie a un comitato costituitosi nel 1863 e scolpito dall'artista romano Giuseppe Lucchetti Rossi, fu prima lavorato a Ferrara e portato a Savigliano solo in un secondo momento. Nell'opera Santa Rosa è rappresentato in abito di ministro della guerra; nella mano sinistra tiene una copia della Costituzione del 13 marzo 1821, posa la destra sull'elsa della spada dalla quale pende una corona d'alloro e ha ai suoi piedi il berretto greco e la scimitarra. Curioso il fatto che la statua riporti su tutti e quattro i lati iscrizioni attribuite al patriota Niccolò Tommaseo.

Il poeta romantico Giovita Scalvini compose in suo onore alcuni versi, nei quali celebrava soprattutto la sua grande caparbietà e i suoi ideali.

S. di Santa Rosa, La révolution piémontaise [1822], memoriale sull'insurrezione del marzo 1821, pubblicato in francese a Parigi nel 1823 e in italiano a Torino nel 1850.

S. di Santa Rosa, Le speranze degli italiani [1815], a cura di Adolfo Colombo, Milano, Caddeo, 1925.

S. di Santa Rosa, Istoria del Romito. Carmi inediti santarosiani e rarità bibliografiche, a cura di Antonino Olmo, Savigliano, L'Artistica, 1983.

S. di Santa Rosa, Ricordi 1818-1824 (Torino, Svizzera, Parigi, Londra), a cura di Marco Montersino, Firenze, Olschki, 1998.

S. di Santa Rosa, Confessions (1801-1813), edizione critica a cura di Chiara Tavella, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2020.

 

La bandiera tricolore

Il tricolore sulla Cittadella di Alessandria

10 marzo 1821, ad Alessandria inizia l’insurrezione che va sotto il nome di moti piemontesi

 

Il 10 marzo 1821 l’insurrezione del Piemonte prese il via dalla città di Alessandria, dove si erano radunati i patrioti provenienti da ogni parte del Piemonte: volevano che la monarchia sabauda unificasse l’Italia. Promotore del moto rivoluzionario fu Santorre di Santarosa, nativo di Savigliano, che insieme ad altri generali, diede vita ad un’ insurrezione dei reparti militari di stanza alla Cittadella di Alessandria, subito imitati dai presidi di Vercelli e Torino.

 

Santorre di Santarosa

I reparti militari in rivolta issarono per la prima volta la bandiera tricolore italiana sulla Cittadella militare.

 

Commemorano il fatto le rime di Giosuè Carducci: “Innanzi a tutti, o nobile Piemonte, quei che a Sfacteria dorme e in Alessandria diè a l’aure per primo il tricolore, Santorre di Santarosa”.

Lo scoppio dei moti piemontesi

Il comandante Isidoro Palma aveva occupato proprio la Cittadella. Era la prima volta che quello che poi divenne il simbolo dell’Italia unita, sventolava. Ma tutto si concluse malamente per il ripensamento del principe reggente, Carlo Alberto, a sua volta costretto dal Re, Carlo Felice, che gli impose di piegarsi al suo volere. Il neonato governo costituzionale cadde dopo neppure due mesi ed il sogno dei rivoluzionari si infranse.

La Cittadella di Alessandria

La Cittadella fortificata di Alessandria, un’imponente costruzione militare, fu voluta dai Savoia nel XVIII secolo, è a pianta stellare, con sei baluardi attorniati da fossati. In occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, il Comune di Alessandria ha apposto una targa proprio sul luogo dove è stata sventolata per la prima volta la bandiera tricolore.

Bibliografia: “La Cittadella di Alessandria”, I tascabili di Palazzo Lascaris, 2016

 

CORTINA CHE FIANCHEGGIA PORTA REALE - CIPPO A RICORDO DEL LUOGO OVE NEL MARZO 1821 FU SVENTOLATO PER LA PRIMA VOLTA IL TRICOLORE

INDIRIZZO

Porta Reale, Via Pavia, 2, ALESSANDRIA, AL

BENI ARCHITETTONICI

Edificio militare

All'alba del 10 marzo 1821, il Colonnello Guglielmo Ansaldi, che insieme al Conte Santorre di Santarosa ed al Capitano Isidoro Palma di Borgofranco guidava l'occupazione della Cittadella, sull'onda dei moti che - accesisi a Cadice nel gennaio 1820 ed estesisi dalla penisola iberica al napoletano, sventolò in questo luogo il vessillo tricolore. Non era ancora il tricolore tradizionale che oggi rappresenta l'unità politica e morale degli italiani ma quello coi colori della Carboneria (rosso, azzurro e nero).

E' l'episodio che Giosuè Carducci descrive nei versi di "Piemonte", nelle "odi Barbare": "Innanzi a tutti, o nobile Piemonte, quei che a Sfacteria dorme e in Alessandria diè a l'aure il primo tricolore, Santorre di Santarosa".

SANTAROSA, Filippo Annibale Santorre De Rossi

Antonino De Francesco

conte di. – Nacque a Savigliano, presso Cuneo, il 18 ottobre 1783, primo dei quattro figli di Michele e della tredicenne Paolina Edvige Regard de Ballon, che morì nel 1790.

Dopo la morte della madre, seguì il padre, colonnello dell’esercito sardo, in Savoia, dove nel 1792 le truppe sabaude tentarono inutilmente di impedire l’invasione della Francia rivoluzionaria. Cadetto a Pinerolo nel reggimento paterno, riprese poi gli studi a Savigliano, da dove si allontanò ripetutamente per seguire il padre impegnato nelle operazioni militari contro la Francia. Nel 1794, le truppe repubblicane presero Loano e Oneglia – uniche enclaves sarde in terra ligure – attaccarono e costrinsero alla resa la fortezza di Saorge e raggiunsero il colle di Tenda. A fronte di queste ripetute sconfitte, Michele di Santa Rosa venne destituito e si restituì a Savigliano, salvo essere poi riabilitato e guidare le truppe di stanza a Mondovì, quando nel 1796 il giovane Bonaparte sbaragliò gli austro-sardi e costrinse il re Vittorio Amedeo III all’armistizio di Cherasco. Fedele al sovrano sabaudo, Michele si vide confermare il comando del reggimento di Asti, dove nel 1797, avendo sempre con sé il figlio, fu alla guida delle truppe che posero fine all’effimero esperimento della repubblica astese.

Di lì a breve, la caduta della monarchia e la repubblicanizzazione del Piemonte non gli impedirono di aderire al nuovo ordine: restituitosi a Savigliano, assunse infatti il comando della locale Guardia nazionale. Nel 1799, all’arrivo delle forze austro-russe, il padre ebbe i suoi guai, da cui lo trasse solo la morte, intervenuta agli inizi del 1800. Sembra che la breve stagione repubblicana avesse però molto influenzato il giovane Santarosa, che nelle proprie note, iniziate a redigere proprio nel 1800, prese a denunciare il dominio napoleonico in Italia e ad auspicare una sorta di unificazione della penisola. D’altronde, stando alla polizia francese egli aveva apertamente declamato contro le truppe transalpine e aveva conosciuto più d’una traversia in occasione di un breve viaggio a Lione. Negli anni successivi, aiutato dagli zii, molto ammorbidì però i giovanili furori politici, perché, dopo l’annessione del Piemonte alla Francia, compiuto un viaggio di formazione lungo la penisola, nel 1805 si portò a Parigi, dove soggiornò alcuni mesi quale guardia d’onore di Napoleone imperatore. Sembra tuttavia che la sua dedizione all’Impero fosse di facciata, perché sempre la polizia francese prese a tenerlo d’occhio, accusandolo di frequentare circoli vicini alla cessata monarchia sabauda e di declamare contro il governo.

Anche per questo motivo, Santarosa si restituì presto a Savigliano, dove nel 1806 contrasse matrimonio con Carolina Corsi, la figlia di un agiato nobiluomo di Nizza Monferrato, che gli avrebbe dato otto figli. Con il tempo, la politica della mano tesa di Napoleone verso le tradizionali élites di governo ebbe comunque successo anche con Santarosa, il quale nel 1809 si decise ad accettare la designazione a sindaco di Savigliano. Nell’ufficio si impegnò con assiduità e l’impegno gli valse, nell’aprile del 1812, la promozione a sottoprefetto della Spezia. Non sembra ne fosse entusiasta, ma in quella sede egli visse gli ultimi, difficili tempi dell’Impero napoleonico e dovette rispondere al suo superiore, il prefetto francese Maurice Duval, di scarso impegno nel controllo dei numerosi episodi di insubordinazione che vi avevano luogo. Senza ormai troppo celare il proprio disagio verso il dominio d’Oltralpe, Santarosa rimase comunque al suo posto sino all’aprile del 1814, quando l’arrivo delle truppe inglesi al comando di lord William Bentinck lo convinse a dare le dimissioni dall’ufficio e a rientrare a Savigliano anziché seguire la ritirata delle autorità civili e militari francesi.

È certo che proprio a quella stagione data l’interesse di Santarosa per il modello costituzionale siciliano, che lord Bentinck aveva dato all’isola nel 1812 per avviare, con un concreto esempio, la propria battaglia di libertà contro il dispotismo napoleonico nella penisola. Tutto questo rimase alla mente di Santarosa anche nei primi anni della Restaurazione, quando al ritorno del legittimo sovrano, Vittorio Emanuele I, la partecipazione all’ordine napoleonico non gli avrebbe impedito di essere prontamente riammesso tra i quadri dell’esercito sardo. Egli si illuse allora che per il Piemonte si avviasse una stagione di indipendenza e prese subito parte alla guerra del 1815 contro Napoleone, nel frattempo tornato dall’Elba. In qualità di capitano partecipò alle operazioni militari che portarono alla presa di Chambéry da parte delle truppe austro-sarde e quindi al saccheggio di Grenoble.

Dopo un breve soggiorno a Savigliano, nel 1816 ottenne l’incarico di capo di divisione del ministero della Guerra con il compito di partecipare al riordino delle forze armate piemontesi. A quel tempo avviò la stesura di un’opera, Delle speranze degli italiani, dove si tracciavano le coordinate del rinnovamento politico-culturale che egli auspicava per tutta la penisola, dove risuona chiaro l’esempio costituzionale della Charte concessa da Luigi XVIII al momento di rientrare in Francia.

E sempre in quella stagione, prova di una passione politica che era venuta maturando assieme con la crisi del sistema di potere napoleonico, egli mostrò un vivo interesse per la storia siciliana, della quale – attraverso il meticoloso studio delle opere più significative – volle ricostruire il XIII secolo. Prese allora forma l’idea di redigere un romanzo epistolare, anch’esso rimasto incompiuto, dal titolo Lettere siciliane, ambientato nella Palermo degli anni immediatamente antecedenti il Vespro, dove alla storia d’amore tra Gualtieri e Francesca si accompagna un vivido ritratto dell’oppressione angioina.

Queste scelte dicono di come la passione per l’indipendenza nazionale si alimentasse della disillusione verso la natura retriva dell’ordine sabaudo appena restaurato. Non a caso, sempre in quegli anni, Santarosa non rimase insensibile al discorso politico dei circoli latomici e nel 1820 aveva di certo già aderito alla Federazione italiana, una società segreta, diffusasi a far data dal 1818 tra il Piemonte e la Lombardia, nella quale militavano – sotto il segno di una diffusa ostilità all’Austria – numerosi ufficiali e taluni aristocratici.

Nel 1820, prima il ritorno della Spagna alla costituzione gaditana del 1812, quindi la rivoluzione nelle Due Sicilie, dove fu adottata subito la medesima carta, favorirono anche in Piemonte le richieste di un cambiamento politico. La tensione crebbe quando si palesò, ormai sul finire dell’anno, che Vienna non avrebbe tollerato la costituzionalizzazione delle Due Sicilie e che un esercito era pronto a mettersi in marcia alla volta di Napoli.

Il rifiuto dell’egemonia austriaca sulla penisola assieme alla volontà di porre fine al regime autoritario di Vittorio Emanuele I favorirono, agli inizi del 1821, episodi di insubordinazione che degenerarono nell’attacco della truppa agli studenti asserragliati nei locali dell’Università di Torino. A fronte di questi drammatici episodi, Santarosa si rivolse una volta di più al re, chiedendogli un gesto di generosità, ossia la concessione di una carta costituzionale che, improntata al bicameralismo e riconoscendo al sovrano il potere di veto, si voleva assai più prudente di quella gaditana. Il rifiuto dovette convincerlo dell’inutilità di insistere sul sostegno della Corona e spingerlo dalla parte dei circoli militari più radicali, propensi a un colpo di mano che costituzionalizzasse il Piemonte e lo preparasse alla Guerra all’Austria.

 

Quando, il 10 marzo 1821, la Cittadella di Alessandria insorse in nome della carta gaditana e della guerra d’indipendenza italiana, Santarosa si affrettò a raggiungere i congiurati e insieme a Guglielmo di Lisio emise un proclama dove si confermava piena lealtà al sovrano, ma si sosteneva che l’esercito fosse stato costretto a intervenire per togliere il re dalla condizione di aperta sudditanza all’Austria.

Giunto ad Alessandria, Santarosa venne subito fatto comandante della Guardia nazionale, e in quelle vesti ricevette la notizia dell’abdicazione di Vittorio Emanuele I a favore del fratello Carlo Felice – allora a Modena – e della reggenza nel frattempo assegnata al nipote Carlo Alberto di Carignano.

Questi, da tempo avvicinato dai circoli liberali, il 13 marzo promise la concessione della carta gaditana e il giorno successivo formò un esecutivo, dove erano in malagevole equilibrio elementi dal differente profilo politico.

Da Modena, Carlo Felice rifiutò però tutti gli atti della reggenza e intimò al nipote di portarsi subito a Novara e attendere i suoi ordini. Carlo Alberto, saputo della rotta dell’esercito napoletano a fronte dell’offensiva austriaca, si piegò presto e lasciò Torino dopo aver nominato come nuovo ministro della Guerra al posto del dimissionario Emanuele Pos marchese di Villamarina, proprio Santarosa.

Questi, posto così alla guida dell’esercito costituzionale, tentò un’estrema resistenza, protestando il proprio attaccamento a Carlo Felice – i cui atti riteneva però nulli, perché lo considerava prigioniero degli austriaci a Modena – e chiamando tutti i reparti alle armi nella certezza che la Francia sarebbe presto corsa in aiuto del nuovo ordine costituzionale. La guerra all’Austria non ebbe però luogo: agli inizi dell’aprile 1821, una prima scaramuccia tra drappelli costituzionali e reggimenti lealisti sostenuti dagli austriaci chiuse la partita prima che davvero potesse avere inizio. Il giorno successivo, a Torino, quanto restava del governo trasmise i propri poteri al decurionato cittadino e Santarosa prese la via dell’esilio puntando verso Savona.

 

Da qui dovette ripiegare su Genova e poi per mare toccò le coste della Francia, dove, una volta arrivato a Marsiglia, preferì dirigersi su Lione e da lì raggiungere Ginevra. Qui trascorse alcuni mesi attendendo alla stesura di un’opera, De la Révolution piémontaise, che costituiva la sua testimonianza degli avvenimenti appena accaduti, ma al tempo stesso tornava sulla questione costituzionale per sottolineare la diversità delle opinioni tra i rivoluzionari e confermare la propria predilezione per una carta sul modello britannico quale quella siciliana del 1812.

La diffidenza verso il testo gaditano spiega perché, a differenza di molti altri esuli, egli si tenesse lontano dalla Spagna costituzionale e preferisse invece, sempre sul finire del 1821, lasciare la Svizzera e raggiungere Parigi. Nella capitale francese, stando alle testimonianze di polizia, trovarono albergo quanti preferivano la Charte al testo gaditano e Santarosa fu tra i principali artefici dell’unione delle forze patriottiche italiane perché si adoperassero per tentare un colpo di mano in Liguria. Egli si giovò anche della popolarità subito conosciuta grazie alla pubblicazione anonima della sua fatica, che ebbe una seconda edizione e lo mise in contatto con i circoli liberali della capitale. Tra quanti lessero la sua opera fu Victor Cousin, con il quale contrasse un forte legame di amicizia, che gli venne molto utile per cercare di sfuggire alla polizia francese messa sulle sue tracce dalle pressanti richieste di Carlo Felice.

Nel marzo del 1822 – nonostante tentasse di professarsi esule innocente – Santarosa fu arrestato, accusato di cospirare contro l’ordine costituito e sottoposto a processo sotto l’incubo dell’estradizione a Torino. Dalle accuse venne mandato assolto nel mese di maggio, ma le autorità, pur scarcerandolo, ritennero preferibile allontanarlo da Parigi e trasferirlo ad Alençon. Da qui inutilmente protestò per le condizioni in cui erano tenuti i rifugiati politici, cui si impediva la libertà di movimento in terra francese e al tempo stesso si negava la possibilità di muovere altrove. Per tutta risposta, il governo lo fece trasferire, nel settembre del 1822, a Bourges, dove gli si fece presto sapere, a fronte delle sue insistite proteste, come fosse ormai meglio per lui partire per l’Inghilterra.

In ottobre si decise a lasciare la Francia: a Londra, ritrovò antiche amicizie, conobbe Giovanni Berchet e Ugo Foscolo, vide Jeremy Bentham e John Stuart Mill e cercò in ogni modo di tenere alta la causa costituzionale. Presto intervennero però le difficoltà finanziarie, che lo obbligarono a portarsi in un locale di campagna di proprietà dello stesso Foscolo e in seguito, nel 1824, a trasferirsi a Nottingham, dove gli era stato trovato un lavoro come insegnante di italiano e francese.

Lì la situazione gli parve presto insostenibile e l’esempio della resistenza greca al dominio turco gli parve la sola via d’uscita che tenesse assieme la sua storia politica e le drammatiche difficoltà seguite all’esilio. Da qui l’idea di tornare alle armi, mettendo la propria spada al servizio degli insorti: avviati dei contatti con il Comitato ellenico di Londra, si decise a partire, convinto che in Grecia il precedente della sfortunata rivoluzione piemontese gli avrebbe consentito di avere un incarico nell’esercito degli insorti. La speranza di una nuova vita gli suggerì di scrivere alla moglie perché lo raggiungesse con i figli ad Atene, dove proprio il basso costo della vita avrebbe finalmente permesso alla famiglia di riunirsi.

Si imbarcò il 5 novembre 1824 e sbarcò a Nauplia il 10 dicembre, dove tuttavia le accoglienze furono molto fredde e non gli venne offerto nessuno degli incarichi cui aspirava. Santarosa rimase solo e trascorse alcuni mesi ad Atene senza nulla concludere. Decise allora di fare ritorno a Nauplia, ormai nell’aprile del 1825, dove a fronte dell’ennesimo rifiuto, nonostante altri gli suggerisse di fare ritorno in Inghilterra e sciogliere il proprio impegno d’onore a favore della libera Grecia, decise di arruolarsi come semplice volontario. Prese così parte alle operazioni intorno a Navarino assediata dai turchi.

Assegnato alla guarnigione di stanza nell’isola di Sfacteria, l’8 maggio 1825 cadde sotto il fuoco degli attaccanti e il suo corpo finì in una fossa comune.

Opere. La Révolution piémontaise, Paris 1821 (trad. it. La Rivoluzione piemontese nel 1821, con ricordi di V. Cousin, a cura di A. Luzio, Torino 1920);

N. Bianchi, Memorie e lettere inedite di Santorre di Santarosa, Torino 1877; 

Delle speranze degli italiani, a cura di A. Colombo, Milano 1920; Storia del mio viaggio nel mondo, cap. XLI dell’Autobiografia, a cura di A. Olmo, Savigliano 1968; 

Lettere dall’esilio (1821-1825), a cura di A. Olmo, Roma 1969.

Fonti e Bibl.: Parigi, Archives nationales, Police, F/7, cart. 2255 (presenza a Parigi nel 1805); 2256 (informazioni sul suo conto dello stesso anno); 6653 (rifugiato politico); 6655 (suoi spostamenti per l’Europa, sue proteste a seguito della carcerazione e interrogatorio di V. Cousin); 6656 (elenchi di esuli).

P.C. Gandi, Biografia del conte Santorre di Santarosa, Savigliano 1869;

C. Torta, La rivoluzione piemontese nel 1821, Milano 1908;

A. Colombo, Santorre di Santarosa verso l’esilio. Da Torino a Genova (9-23 aprile 1821), Lucca 1920;

Id., Santorre di Santarosa sottoprefetto alla Spezia, in Atti del XII Congresso nazionale della Società per la storia del Risorgimento italiano, Genova 1926, pp. 66-69;

Id., La vita di Santorre di Santarosa (1783-1807), Roma 1938;

L. Gigli, Santorre di Santarosa, Milano 1946 ;

S. Mastellone, Un aristocratico in esilio: Santorre di Santarosa, in Rivista storica italiana, LV (1954), pp. 553-576;

C. Carini, La cultura politica di Santorre di Santarosa, in Il pensiero politico, I (1970), pp. 59-90; 

Santorre di Santarosa, in Atti del Convegno di Savigliano, in Bollettino della Società per gli studi storici, archeologici ed artistici della Provincia di Cuneo, XCI (1984), pp. 5-94;

F. Ambrosini, Santorre di Santa Rosa. La passione e il sacrificio, Torino 2007.

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