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AMBIENTE & LETTERATURA

La proposta di programma  2026/2027

ll dettaglio della proposta. Numero 1 e numero 2. La prima a carattere di "Letteratura contemporanea". La seconda con cinque proposte/visita in linea con la tradizione: 

“Ambiente, Pace, Conoscenza di ecosistemi umani e naturali”
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Lezione 1 a

 

Estetica

È l'insieme dei principi che sostengono l'opera di un particolare poeta o di una particolare scuola poetica. Gli haiku hanno un'estetica diversa dai sonetti. I sonetti hanno un'estetica diversa dal verso libero. Il verso libero ha un'estetica diversa dall'epica. Ogni scuola di pensiero trasmette un insieme di idee che la poesia “incarna”, in qualche modo “fa sue”.

Le idee estetiche possono sovrapporsi da una forma all'altra. Nell'haiku, queste idee estetiche includono l'apprezzamento della bellezza naturale, la semplicità e la sobrietà. In un sonetto, queste idee sono l'attrazione romantica, l'apprezzamento della bellezza fisica e le relazioni interpersonali. Entrambe le forme si concentrano sull'apprezzamento della bellezza, ma in espressioni e contesti molto diversi.

 

Costruzione

La poesia è deliberatamente costruita. Gli ideali estetici di ciascuna forma tendono a riflettersi nell'architettura di quella forma.

Ad esempio, l'haiku incarna semplicità e sobrietà.

Per riflettere questo, i poeti di haiku a volte impongono rigide restrizioni al numero di parole, parole o sillabe consentite per verso, e limitano anche I termini che usano a quelli che sono generalmente descrittori basilari e senza sfumature.

 

Raramente vedrete un poeta di haiku usare una "parola da cento dollari" come "verdeggiante" quando sono disponibili "verde" o "erboso". In un sonetto, questi ideali si riflettono in una struttura molto diversa. Un linguaggio più elevato o sfumato come "verdeggiante" non è raro. Questo viene fatto per evocare un senso di gravità o grandiosità. I ​​sonetti hanno spesso schemi  che implicano distici in rima, suggerendo l'idea di una coppia romantica o di un duetto. Usano anche uno schema metrico a giambo, che evoca un senso di colloquialismo e intimità, nonostante il linguaggio elevato.

 

I poeti scelgono tra queste strutture e adattano le loro caratteristiche all'argomento e all'umore di cui vogliono scrivere. E se nessuna delle forme esistenti sembra più adatta a trasmettere una particolare sfumatura d'animo, i poeti ne inventano una.

 

"Il Corvo" di Edgar Allan Poe sarebbe stata una poesia molto diversa se fosse stata scritta come haiku, sonetto o slam poem.

 

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Testo

La parola "testo" qui significa molto più delle semplici parole sulla pagina. Comprende tutto ciò che un lettore percepisce come parte della poesia. Questo include elementi come la punteggiatura, l'ortografia, l'uso delle maiuscole (o la loro assenza), così come la spaziatura tra le parole, lo spazio bianco sulla pagina che circonda le parole, il titolo e la posizione precisa di tutto ciò sulla pagina. I dettagli sono importanti, e in una poesia, contano ogni singolo dettaglio.

 

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Significato

E questo ci porta all'idea finale della nostra definizione: "significato". In una poesia, ci sono almeno due significati completamente diversi e coesistenti che possono essere letti dal testo. E spesso questi due significati sono completamente contraddittori, o almeno incarnano idee contrastanti giustapposte. Questa è l'essenza stessa della poesia. Si può dedurre una cosa dalla definizione letterale delle parole stesse (prosa), e un'altra completamente diversa osservando l'architettura di come queste parole sono disposte (poesia). Poi, un terzo significato emerge confrontando e contrapponendo questi due significati tra loro.

Ancora una volta, mi rivolgerò a "Il Corvo" di Poe per illustrare cosa intendo con questo.

 

Il corvo.

 

 

1843.   Pubblicata su “American review”

 

Mentre, debole e stanco, verso la mezzanotte

scorrea d’antico libro pagine strane e dotte

sonnecchiando, ad un tratto come un picchio ascoltai,

un lieve, un gentil picchio de la mia stanza all’uscio.

– È qualcuno che picchia de la mia stanza all’uscio,

e non altro, – pensai.

 

Ricordo. Era il dicembre freddo, e ogni tizzo lento

si spegnea disegnando l’ombra sul pavimento.

Il dì solo anelavo – dacchè invano cercai

oblio nei libri al duolo per la morta Leonora –

per te, raggiante vergine, che in ciel chiaman Leonora,

e qui nome non hai.

 

E il triste incerto fremito de le rosse cortine

tema ignota e fantastica m’incutea senza fine,

sì che, a calmare i battiti del cuore, io mi levai;

indi: – È qualcun che picchia de la mia stanza all’uscio,

qualcun che varcar vuole de la mia stanza l’uscio,

non altro, – mormorai.

Calmato allor lo spirito, senza esitare ancora:

– Da voi perdono imploro, signor – dissi – o signora;

ma il fatto è che dormivo, e voi pur piano assai

picchiaste, così lieve della mia stanza a l’uscio,

che avervi udito appena mi pare. – Ed aprii l’uscio;

ma sol bujo trovai.

 

Dubbio e timor nel bujo m’assalsero, e stupito

restai, sogni seguendo che mai uomo ha seguito;

ma ognor silenzio e tenebre intorno a me scrutai,

sol bisbigliossi un motto, il nome di Leonora!

Lo dissi io stesso, e l’eco rimormorò: Leonora!

Sol questo e nulla mai.

 

Tornando nella camera con lo spirito agitato,

ecco il picchio ripetersi d’un tratto e più spiccato.

– Oh! certo è a la finestra che battono, – esclamai, –

è là, su la persiana; scopriamo un tal mistero…

tregua un istante, o cuore; scopriamo un tal mistero…

Sarà il vento, – pensai.

A spalancar le imposte mossi, e, agitando l’ale,

entrò un bel corvo antico in aria trionfale.

Non fe’ saluto alcuno, arrestossi mai,

finché, come un padrone, posò lì sopra l’uscio,

di Pallade su un busto, proprio lì sopra a l’uscio.

 

Fermossi e l’osservai.

E allor lassù mirando quel nero uccello assiso,

il suo grave contegno mi diè lieve un sorriso.

– Rasa hai la cresta, – dissi, – ma un vinto non sarai.

Corvo spettral che vieni tristo dai regni bui,

parla, qual’ è il tuo nome, laggiù nei regni bui?

E il corvo: Non più mai!

 

Gran meraviglia io m’ebbi quell’uccello ad udire,

benché il motto sì incerto poco volesse dire;

ma pur quella fantastica parvenza io l’accettai,

poiché vedea l’uccello giù, al di sopra dell’uscio,

bestia o uccello, sul busto giù al di sopra dell’uscio,

col nome: Non più mai!

Ma non disse oltre il corvo, fermo sul busto e assorto,

come se pronunziando quel motto ei fosse morto.

 

Nulla s’intese, e alcuna piuma non mosse mai,

infin ch’io ripetei: – Altri fuggiron via;

ei pur n’andrà siccome le mie speranze via.

E l’uccello: Non mai!

Atterrito da l’arida risposta così adatta:

– Oh, senza dubbio – dissi – d’un corvo qui si tratta,

al quale un infelice padron stretto ne’ guai,

cantando con le lugubri nenie le sue meschine

speranze, in ritornello avrà insegnato alfine

quel triste: Non più mai!

E poiché l’alma al riso moveami ancor l’aspetto

del corvo, il seggiolone volsi a lui dirimpetto,

e tosto dietro a innumeri fantasie mi lanciai

per saper che volesse quel triste antico uccello,

quello sgraziato e magro, spettrale antico uccello

dir con il suo Non mai!

 

Così fantasticando stetti, senza parlare;

ma dai suoi occhi il cuore io mi sentia bruciare;

un pezzo stetti, e il capo sul velluto appoggiai

del sedil, che la lampada irradiava da l’alto,

la violacea stoffa irradiata da l’alto,

ch’Ella ha lasciato ormai.

Allor dei passi d’angeli udir mi parve e denso

L’aere intorno farsi d’indivisibile incenso.

– Malvagio, a mezzo d’angeli ti manda Iddio, – gridai –

riposo da le assidue memorie di Leonora;

bevi l’oblio, dimentica la perduta Leonora!

Disse il corvo: Non mai!

Profeta, – io feci, – e sempre tal, sia uccello o infido

spettro, ti spinga l’Erebo o la tempesta al lido, –

tu che su questa terra desolata ten vai,

per la mia tetra casa; dimmi schietto, t’imploro:

v’è pace almeno in Galaad?…dimmi, dimmi, t’imploro!

E il corvo: Non più mai!

Profeta – io ripetetti, – sia uccello o spettro errante –

Dimmi, pel Dio che adori, per quel ciel scintillante:

potrà in un Eden lunge l’anima triste assai

trovar la dolce vergine che chiamano Leonora,

la vergine che gli angeli ora chiaman Leonora?

Disse il corvo: Più mai!

Demone o uccello, parti, – proruppi allora, – ai boschi

torna, fra le tempeste, di Pluto ai regni foschi,

né una penna in ricordo di quel che detto or hai

resti! a la solitudine mi lascia, e sgombra via

dal busto! Oh, il becco levami dal core, e sgombra via!

Disse il corvo: Non mai!

E là, senza più muoversi, rimane esso a guardare,

fermo sul busto pallido, de l’uscio al limitare.

Sembrano di sognante demoni gli occhi, e i rai

del lume ognor disegnano l’ombra sul pavimento,

né l’alma da quell’ombra lunga sul pavimento

sarà libera mai!

Traduzione di Francesco Contaldi (1865-1903).

 

 

 

Leggendo solo le parole stesse, apprendiamo che la moglie del narratore è morta e che è stato visitato da un corvo parlante durante la notte. Fine della poesia.

 

A questo punto, vorrei che notassi quanto sia scheletrica la narrazione.

Non è come scrivere un'opera di narrativa.

Non troverete una trama, uno sviluppo dei personaggi, un conflitto, una risoluzione o un epilogo. La "trama" di una poesia è spesso ridicolmente semplice se ridotta ai suoi elementi essenziali.

 

Ma notando alcuni elementi di design come la ripetizione di "Nevermore" e lo schema di rime selvaggiamente ciclico, inizia a emergere un quadro molto diverso. Un quadro in cui non ci si può fidare completamente del narratore stesso per dirci la verità. Un quadro in cui chi parla sprofonda in un pozzo di dolore e disperazione così buio che potrebbe benissimo "nevermore" non risalire mai più.

 

E questa è la magia di una buona poesia.

 

A questo punto, possiamo confrontare e contrapporre questi due significati giustapposti.

 

L'uccello gli sta davvero parlando? O è il prodotto di una mente febbricitante e tormentata? La poesia non lo dice.

 

Potrebbe essere l'uno o l'altro. O entrambi. Nell'universo della poesia, forse gli uccelli parlanti sono una realtà. O forse no, e l'uccello parlante è la prova della discesa di questa persona nella follia.

 

 

 

Lezione 1 b

 

Alcune precisazioni

 

Ma prima di continuare, meglio distinguere tra "narrativa" e "storia".

 

Una storia è qualcosa che si racconta. Consiste in una o più situazioni e una serie di azioni che si svolgono in un ordine lineare (anche se non necessariamente cronologico).

 

La narrativa è un universo parallelo che esiste nel regno virtuale dell'immaginazione, individuale o collettiva. Come l'immaginazione (che la trabocca), la narrativa è una fonte di possibilità. Possiede una propria ecologia, un proprio universo di riferimento con i suoi abitanti, i loro ambienti e così via. Da essa si possono trarre storie, personaggi, situazioni... e in qualsiasi direzione (non lineare, quindi).

 

La narrativa è una di quelle invenzioni che ha il potenziale di portarci – scrittore e lettore – fuori da noi stessi e permetterci di tentare un'esperienza umana più ampia. Perché le narrative non sono isole isolate; toccano, contaminano e risalgono alle origini stesse del linguaggio.

 

Quindi, una finzione non deve necessariamente rivelarsi completamente in un racconto o, più in generale, in una narrazione. La finzione ha una dimensione nascosta, ed è proprio questa dimensione che attrae  tanto il “costruttore di immagini letterarie” quant oil fruitore. Forse perché  sembra che sia qui che risiede l'interesse (e l'importanza) della poesia. Qui, non  tanto con riferimento all'inconscio del poeta quanto a quelle lacune nel testo in cui il lettore è invitato a proiettare il proprio bagaglio di esperienze.

 

La poesia è un genere con più lacune di altri.

 

Secondo le nostre esperienze (come membri di DSF docentisenzafrontiere) , il tempo e la pratica poetica l'hanno lentamente (ma inesorabilmente) desacralizzata. Di conseguenza, la figura del poeta è altrettanto inesorabilmente scesa dal suo piedistallo. Perdendo i suoi strati di definizione, la poesia è semplicemente diventata il più grande spazio di libertà nella creazione letteraria. Libertà di forma e di genere, certo, ma un aspetto formale rimane comunque: la poesia è l'arte del frammento, del pezzo, della tesserina di un puzzle. Frammentato, estende arcipelaghi di significato che il lettore deve ricostruire. È questo aspetto formale che rende la poesia – anche quella sperimentale, anche quella in prosa – riconoscibile tra gli altri generi letterari.

 

Naturalmente, presentiamo qui un modo tra i tanti di concepire la poesia. Per  noi, da tempo non si tratta più di una raccolta di poesie, ma piuttosto di una narrazione poetica. Anche in *La chute était lente, interminable puis terminée* (Peuplade, 2008) e ancor di più in *Mélanie* (Hexagone, 2013), la mia opera più recente, lavoro sulle diverse poesie del libro in modo che siano come punti che il lettore può collegare.

 

Partir sur les traces d'un personnage, Mélanie, cette adolescente du Désert mauve de Nicole Brossard. Se la représenter une seconde fois, bien après que sa première auteure ne l'eut fait, et en créer une nouvelle image, à la fois plus tangible et plus floue…Voilà le projet à l'origine de ce livre. Et c'est dans l'écriture – qui est aussi matière brute, exploration, dialogue, mode d'emploi, scénario, processus, incantation –, dans les replis de la poésie et de la fiction, que surgira enfin Mélanie.

Dans l'univers de Mélanie – qui est une fiction –
le désir est orienté vers la matière brute,
organique, sensible et vivante
ou alors vers des objets d'une telle
simplicité qu'ils ne cessent jamais de fonctionner.
Le revolver.

Le revolver toujours chargé.

96 pages, Paperback

First published January 1, 2013

This edition

Format

96 pages, Paperback

Published

January 1, 2013 by l'Hexagone

 

 

 

Non si tratta di un gioco, ma di un fondamentale atto di comunicazione che Simon Dumas cerca di stabilire con il lettore e, per quanto possibile, in entrambe le direzioni. Naturalmente, il lettore non gli risponde;   ….ma i “fruitori” rispondono al testo e, così facendo, leggendolo, quasi lo co-scrivono.

 

Ciò che cerchiamo di descrivere qui non riguarda specificamente la nostra o quella dell’autore S. Dumas, ma un tipo di poesia che amiamo e apprezziamo, e a cui cerchiamo di contribuire.

 

Il significato che il lettore infonde nella poesia può essere musicale, sensoriale o emotivo. Attraverso la scrittura, esploro ovviamente queste strade fondamentali del genere. Detto questo, la sperimentazione ci porta anche a usare questi "buchi" di cui parlavamo per aprire finestre su una finzione più ampia di quella presentata dal testo stesso. Come un fotogramma cinematografico: la finzione trabocca sempre per invadere ciò che si trova oltre l'inquadratura. Ogni volta che un personaggio guarda lontano, ogni volta che un primo piano descrive l'orrore o il fascino di uno sguardo, lo spettatore deve proiettare ciò che crea quell'emozione, immaginare quell'immagine. Per questo motivo, ci piace che le mie poesie abbiano uno spazio fuori campo evocativo e quasi infinito (ma non indefinito).

 

Inoltre, la finzione ci aiuta a spostare il soggetto del nostro prodotto. Non si tratta più di noi – né del "poeta" (che è necessariamente qualcun altro) – ma, in ultima analisi, del testo e di ciò che stabilisce.

 

Nel suo ultimo libro di poesie, Mélanie, Dumas ha lavorato sulla finzione di un altro – quella di Nicole Brossard e del suo Mauve Desert. Il punto di partenza per questo testo è stata un'altra serie di poesie, Fade Out, che traeva spunto da un episodio della mia vita:

 

 

Esemplificazione  “Fade Out”      Terza parte prima lezione

 

 

Fade out

précédé d'Une beauté baroque

 

 

Production • Rhizome
Texte, conception vidéo, mise en scène et performance • Simon Dumas
Actrice • Johanie Lehoux
Voix différée • Andrée A. Michaud et Nicole Brossard 
Composition et art sonore • Érick d’Orion
Contrebassiste original • Mathieu Therrien 
Intégration technologique • Marc Doucet
Équipe de tournage • Cimon Charest et Richard Coulombe
Partenaires • Conseil des arts et des lettres du Québec,
Conseil des arts du Canada,
Entente sur le développement culturel de la Ville de Québec entre
la Ville de Québec et le Ministère de la culture et
des communications du Québec

 

 

Point de départ : une photo

Fade out est le spectacle de poche de Rhizome. C’est aussi un projet personnel de son directeur artistique, Simon Dumas, auquel il a consacré deux années. 
Fade out, ce fut d’abord une photo. Tirée de la vie quotidienne de l’auteur, la photo représente sa femme — qui l’a quitté depuis — nue devant la fenêtre un samedi matin. Le premier texte décrit l’image, mais aussi un certain état. Puis la photo est perdue et le texte, qui continue de s’écrire, devient une réflexion sur le regard qui transforme une première fois l’objet, puis la mémoire qui le transforme une seconde fois (et continuellement). 

La rémanence est une persistance partielle d’un phénomène (objet, image, désir) après sa disparition. Bien que  »fade out » soit un terme de cinéma, la performance utilise un croisement des langages vidéographique et photographique pour questionner l’image comme trace ou intermédiaire du réel. Le poème est initiateur. Le poème développe et organise les images mentales / captées / projetées / fabriquées en explorant au possible toutes les modalités de présence et de perception, d’opacité et de transparence, d’expression et de parasitage. Il est ici question de disparition, sujet traité entre poésie et commentaire, entre biographie et imaginaire.

Le texte à la base de cette création est donc le récit d’une disparition et des trahisons de la mémoire. La femme de la photo ne regarde pas la caméra, elle est ailleurs. 

Les thèmes de la mémoire et de l’intertextualité sont les lignes directrices de la mise en scène.

Un spectacle de poche

Fade out condense et rassemble plusieurs éléments de l’exploration de Rhizome autour de l’image et des outils numérique. Un des objectifs de la création était d’épuiser toutes les possibilités de mise en scène avec un seul écran. Pour cela, nous avons créé un dispositif très simple.

Un écran d’un mètre quatre-vingt de côté est placé au centre de la pièce (ou de la scène). Le poète circule autour. Le public, si la configuration de la salle le permet, peut faire de même. La vidéo, la lumière, ainsi que les caméras directes sont projetées sur les deux côtés de l’écran. Le corps du poète — mais aussi, possiblement, celui des spectateurs — vient interférer/recomposer l’image qui s’y forme. Par sa présence dans l’espace, autant que par son verbe, le poète refait l’histoire de cette photo perdue. 

D’autre part, le dispositif relie, par le biais de l’informatique, certains médias entre eux. C’est le cas de la musique de la contrebasse (jouée live) et des éclairages. Certaines notes font s’allumer certaines lumières. Le volume détermine l’intensité. Le contrebassiste est donc, en quelque sorte, l’éclairagiste. Il doit jouer en fonction des besoins du spectacle.  

Matière Textuelle

ON PERD L’IMAGE COMME ON PERD
PRISE SUR LA RÉALITÉ,
UN MOMENT DE PANIQUE,
UN TREMBLEMENT DONT LES
RÉPERCUSSIONS VONT
AUGMENTANT JUSQU’À LA
DESTRUCTION.

TOUT Y ÉTAIT POURTANT :
LE SUJET, LE DÉCOR, LES OBJETS
ET LA LUMIÈRE,
MAIS TU N’AS PAS SU RÉSISTER
OU PLUTÔT,
TU N’AS PAS SUPPORTÉ.

Extrait vidéo

La vidéo qui suit est la captation de la toute première présentation publique de Fade out. C’était dans le Studio d’essai de Méduse, à Québec, en 2008. La caméra est cadrée pour les besoins de la mise en scène, pas de l’archivage. C’est la raison pour laquelle le cadre est si serré. 

Une beauté baroque

La performance est habituellement précédée d’une pièce audio jouée live par Érick d’Orion intitulée Une beauté baroque.

Le roman Beauté baroque est la chronique au jour le jour d’une passion, celle que l’écrivain et poète Claude Gauvreau, disparu en 1971, a éprouvé pour la comédienne Muriel Guilbeault, qui se suicida en 1952. Un jeune homme est habité tout entier par « la plus fière, la plus douce, la plus étrange des passions » pour une actrice rousse, « éternelle désirée », femme inaccessible et blessée à mort par la loi d’un autre homme. Le chant d’amour de Gauvreau – il a 27 ans quand il écrit ce premier roman – a des accents d’une naïveté bouleversante. La mort de la « déesse » ne délivrera pas le poète, dont la vie et l’œuvre seront marquées au sceau de cet amour fou qui a aujourd’hui rejoint la légende.

Évocation audio libre de ce roman clé de la littérature québécoise. Échantillonnages, granulation, manipulation audio en temps réel performée, auxquels Érick d’Orion ajoute une touche de death métal.

Feuille de route

2014

  • Off du festival d’Avignon (France), présenté à l’Espace 40 de la Manufacture du 8 au 14 juillet 2014

2011

  • Événement Sortir de l’Écran, présenté à la cinémathèque de Montréal par l’Agence TOPO le 25 novembre 2011

2010

  • Festival littéraire Québec en toutes lettres, le 23 octobre 2010

2009

  • Version installation présentée à CitySonics, festival des arts sonores de Mons, juin 2009

  • Festival Francophonie Métissée de Paris (France), le 6 octobre 2009

2008

  • Présenté dans le cadre de la Quinzaine de poésie dans cinq Maisons de la Culture de la Ville de Montréal

  • Présenté au festival Les Transnumériques de Bruxelles (Belgique), les 4 et 5 décembre 2008

  • Laboratoire présenté au studio d’essai du Complexe Méduse à Québec, en novembre 2008 avec Simon Dumas, Érick d’Orion et Mathieu Therrien

 

 

Galerie photo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lezione n. 2

 

Poesia e ecologia

Prospettive contemporanee   (partendo dalle riflessioni del prof. Nicola Scaffai)

In questo intervento si mostra come l’ecologia può collegare la poesia alla cittadinanza, poiché può mettere in relazione l’io e gli altri, e considerarli come ‘noi’. Bisogna però intendersi sul senso da dare alla parola ‘ecologia’; o meglio, bisogna individuare i livelli in cui la dimensione ecologica può reagire con il testo letterario e specialmente con la poesia, rivelando il suo potenziale analitico. Tali livelli sono tre: quello analogico; quello tematico (che spesso, ma a torto, è considerato il solo piano in cui la letteratura può dialogare con l’ecologia); e infine quello enunciativo-testuale, che riguarda cioè la collocazione dell’io e le strutture del testo.

 

Premessa

«C’è troppo io nella mia scrittura. Conoscete il termine usato da Lukács per descrivere la struttura estetica? “Eine fensterlose Monade”. Io non voglio essere una monade senza finestre […] ma lì fuori procedo alla cieca. Così, scrivere comporta slanci in avanti e indietro tra quel paesaggio crepuscolare dove è sparsa la fattualità e una stanza senza finestre ripulita di tutto ciò che io non so. È il ripulire che richiede tempo. È il ripulire a essere un mistero». Così scrive Anne Carson nella nota introduttiva a Economy of the Unlost (Economia dell’imperduto).1 Le parole dell’autrice canadese assumono un valore emblematico per le riflessioni che vorrei qui proporre: da un lato, infatti, Carson esprime il bisogno di moderare l’invadenza dell’io (di non essere una monade); dall’altro, sostiene la necessità di non perdersi nella fattualità, nella pura dimensione esterna del referente: occorre guardare fuori, uscire; ma anche ripulire la stanza reale e metaforica nella quale si scrive, in cui nasce la poesia. È una condizione bifronte che riguarda i poeti (e i critici) che accolgono nella scrittura temi e oggetti provenienti dalla dimensione dell’attualità, tra cui le questioni ambientali. In tal senso, e riferendomi ai termini assegnatimi per il titolo di quest’intervento, l’ecologia può collegare la poesia (la stanza) e la cittadinanza (la società, quello che sta fuori e che però ci include); può mettere in relazione l’io e gli altri, e considerarli come ‘noi’.

Bisogna però intendersi sul senso da dare alla parola ‘ecologia’; o meglio, bisogna individuare i livelli in cui la dimensione ecologica può reagire con il testo letterario e specialmente con la poesia, rivelando il suo potenziale analitico. Tali livelli sono tre: quello analogico; quello tematico (che spesso, ma a torto, è considerato il solo piano in cui la letteratura può dialogare con l’ecologia); e infine quello enunciativo-testuale, che riguarda cioè – lo anticipo qui – la collocazione dell’io e le strutture del testo.

Sono livelli distinti ma non reciprocamente esclusivi: un contenuto direttamente ispirato dalle preoccupazioni ambientali può avere, e in molti casi in effetti mostra anche un risvolto simbolico-allegorico; d’altra parte, i piani analogico e tematico possono conciliarsi con quello enunciativo-testuale. È grazie a questi incroci che la rappresentazione degli ambienti (naturali, certo, ma anche sociali, psicologici, testuali) può implicare una riflessione più o meno evidente sulla legittimità dell’espressione individuale, sul rapporto tra esperienza del singolo e sentimento dell’origine comune. È poesia ‘ecologica’, cioè, non solo quella che mette in versi la crisi climatica, ma anche quella che dà rilievo alla relazione tra noi e la vita delle cose. Noi è del resto il titolo sia di un libro recente di Alessandro Broggi,2 su cui tornerò alla fine; sia di una plaquette di Laura Pugno,3 in cui il pronome allude sì al tema amoroso, ma si esprime attraverso l’immanenza degli oggetti e attraverso gli spazi emblematici del giardino e del bosco.

 

 

  1. Livello analogico: poesia come ‘terzo paesaggio’

 

È proprio Laura Pugno ad aver parlato della poesia come di un essere vivente; tenace al pari degli scorpioni, la poesia è dotata di una sua ‘natura’ e di un habitat ideale: il bosco, il «territorio selvaggio», che vale anche come emblema e metafora di una scrittura libera dalle regole e dalle imposizioni cui spesso devono sottostare altri generi letterari, primo fra tutti il romanzo:

 

Eppure, questo non è un romanzo, e tutta l’architettura, o il movimento, della nostra vita sembra toglierci ciò che il romanzo più richiede: tempo, e stabilità. Il romanzo è l’opera di una società che vive nelle case, che trascorre la propria vita – i giorni; le notti – nello stesso luogo. La poesia è portatile, esposta alle intemperie, può essere imparata a memoria, può essere incisa su un sasso, nascosta in un bosco. È accaduto. Ha bisogno di mezzi minimi, neanche della scrittura a rigore, è capace di sopravvivere ovunque, come gli scorpioni, con la stessa implacabile natura che alla fine riemergerà.4

L’esempio di Pugno conferma l’importanza e soprattutto la capacità di adattamento dell’immaginario ecologico, cui sempre più spesso – anche strumentalmente – si ricorre per definire fenomeni e relazioni che riguardano vari campi del sapere e dell’esperienza; introduce inoltre al nesso, che dovremo anche più avanti evocare, tra immaginario naturale e ibridazione delle scritture, porosità dei generi. È anche in questo senso che la poesia può definirsi, attraverso un’analogia ambientale, come ‘terzo paesaggio’; così infatti è intitolata la rubrica sulla «poesia come terzo paesaggio», avviata nel 2019 da Laura Pugno sul blog culturale «Le parole e le cose».5 L’inchiesta, tutt’ora in corso ed estesa anche ad altre forme come il teatro e il saggio, ha coinvolto autori e autrici italiane contemporanee, che hanno parlato della loro idea di paesaggio, sia in senso letterale (gli ambienti come tema dei loro scritti), sia in senso metaforico (il ruolo della poesia nel paesaggio culturale). Com’è noto, l’espressione «terzo paesaggio» è ripresa da un libro di Gilles Clément.6 Per Clément, il terzo paesaggio include gli spazi che non sono più natura, ma che non sono nemmeno luoghi funzionalmente abitati e antropizzati; sono piuttosto territori marginali, che l’uomo ha disertato: non tanto e non solo, cioè, le riserve naturali, ma anche le aree industriali dismesse, i margini delle periferie tra città e campagna, gli interstizi del paesaggio urbano come le aiuole e i terreni vaghi. In questi ambienti si forma un ecosistema che ospita specie adattate a vivere in quel contesto, che è perciò da conoscere e preservare a vantaggio della biodiversità.

Metafore e immagini del terzo paesaggio contribuiscono ormai a delineare un panorama dai confini aperti, in cui emergono, insieme ad autori di generazioni più recenti, le voci canoniche della poesia italiana contemporanea: Antonella Anedda, Mario Benedetti, Fabio Pusterla e Franco Buffoni,7 il cui recente Betelgeuse e altre poesie scientifiche coniuga «istanze provenienti dal mondo dell’astrofisica con istanze provenienti dal mondo della microbiologia» per farle reagire con la «trasmissione di una emozione e di una raggiunta consapevolezza».8 Nel libro di Buffoni, all’interno di un quadro conoscitivo ed esistenziale, ricorrono così concetti e termini del lessico ecologico (da Spillover, titolo di un componimento della raccolta, a Antropocene). Non distante è il progetto alla base di Anno naturale di Luca Baldoni,9 in cui l’osservazione dei cicli biologici si estende nella prospettiva cosmica che evoca il modello del poema didascalico e della filosofia naturale antica (Anassimandro, Eraclito, Democrito, Epicuro, cui sono intitolati altrettanti componimenti) e moderna (Giordano Bruno).

 

In questo panorama si colloca a suo modo anche il recente dialogo proprio tra Anedda e Elisa Biagini, intorno all’«ecologia della parola»; sollecitate dalle domande del critico Riccardo Donati, le autrici riflettono tra l’altro sull’analogia fra la pagina letteraria e il paesaggio:

 

Molto bella l’equazione pagina-paesaggio. Riflettevo di nuovo con quanta cura dobbiamo  trattare le parole, è come trasportare cose infiammabili. “Raccoglimento”, “silenzio”, “ascolto” stanno diventando sempre più usurate. Sta a noi, come dicevi tu, Riccardo, viverle e inserirle in una struttura di pensiero. Ecologia ed economia sono strettamente collegate. La prima è una parola relativamente moderna, la seconda antichissima, ma hanno una radice in comune: oikos, casa. Ecco, l’ecologia della parola potrebbe incontrare un’economia diversa, che gestisce il nostro ambiente-casa senza per forza coniugarsi con lo sfruttamento. Trattare la pagina come un paesaggio e il paesaggio come una pagina.10

 

A conferma della reciproca implicazione dei livelli, il terzo paesaggio rappresenta per alcuni dei poeti interpellati da Pugno, oltre che per l’autrice stessa, un ambiente privilegiato anche sul piano delle istanze che muovono la scrittura e la motivano aggregando i versi intorno a immagini e temi ecologici. S’intitola Terzo paesaggio, per esempio, la raccolta del 2019 di Renata Morresi;11 nel libro emerge il risvolto civile della dimensione ecologica (tema del dissesto idrogeologico, e del terremoto dell’Italia centrale, già presenti in libri precedenti dell’autrice, come Bagnanti del 2013). Nella seconda sezione, Anti-sismiche, lo sgretolarsi del paesaggio è correlato all’erosione del linguaggio prefabbricato degli slogan, che Morresi include ottenendo un effetto straniante:   (segue lettura poesie).

 

 

Lezione n. 3 (letture commentate)

Vuoto.

Quando tutti sono scappati chi è rimasto come                                                             avamposto di ogni nostro bene?

Il prodotto tipico del territorio, che mai ha smesso di essere prodotto.                            

Nel vuoto dei progetti,vuoto  di zone rosse,  nel vuoto dell’abbandono,                                            

nell’abbandono pieno di neve,  

nel vuoto   meramente tecnico,                                              

 

vuoto in moto dei tremiti,  gli animali sparsi,  

nel vuoto dei moduli,                                                                 

il prodotto è rimasto immutato,

in continua produzione,                                            

come per partenogenesi.

Portando avanti la baracca, indefesso, puro,  

uno che si è fatto da sé,                            

senza il solito aiuto  dello Stato,

fiero come un sano montagnolo.                                                    

 

Prodotto tipico del territorio,

tu sei un prodotto del cielo,                                                                                   

salverai le nostre terre duramente colpite,  

cadi dal cielo, santo escremento,                              

ci cadi in bocca  e al suolo

noi ti plasmeremo, casa di ricotta                                                          e ciauscolo, casa di prodotto,

casa di territorio,  casa di porco, casa di tipico,                                casa d’infinito (che è poi il nostro brand)

*

Cosa mi separa dalla descrizione di questa casa?                     

Un nastro di plastica bianco e rosso.                                                                           

Non possiamo più entrare.  

Il nastro bianco e rosso di plastica                                                                    

avvolge l’edificio con una sola linea  eloquente, un lungo verso.                                                                                 

È il nastro segnaletico con le barre   a strisce diagonali rosse e bianche                                                                         

che risulta ben visibile, contrasto pensato   per l’occhio umano, molto pratico,                                                                          così sottile che a volte il vento lo vibra, 

nastro che fischia come carta velina,                                                                          

fa un richiamo, o è un battito d’ala,

un lembo sbattuto, flap-flop, che al vento trema,                                                                 

un palpito frenetico la sua segnalazione.

Non possiamo entrare, avverte fremendo il caro nastro                                                                                                          

della Protezione civile, come le fronte dei meli                                                               

e l’incenso nel bosco in quella poesia di Saffo.

Dicono sia la prima poesia che parla di incenso o                                                            

di nastro segnaletico. È lo stesso, non entreremo più.

 

Terzo passaggio è l’ultimo libro di Renata Morresi, uscito per Aragno nella collana “i domani” (2019).  Questa produzione (in due parti) appartiene alla seconda sezione.    Titolo: “Anti-sismiche”

(Il terremoto del 2016 ha ucciso 299 persone, distrutto paesi e devastato intere aree di civiltà del centro Italia. Si vive ancora nelle conseguenze della catastrofe, anche adesso mentre scrivo, con gli escavatori in sottofondo. A prosperare in tutto questo una retorica, quella sì, inscalfibile. NdA.)

 

(collegamento diretto a Safffo)

Saffo.  Invito all’Erano

Venite al tempio sacro delle vergini
dove più grato è il bosco e sulle are
fuma l'incenso.
Qui fresca l'acqua mormora tra i rami
dei meli: il luogo è all'ombra di roseti,
dallo stormire delle foglie nasce
profonda quiete.
Qui il prato ove meriggiano i cavalli
è tutto fiori della primavera
e gli aneti vi odorano soavi.
E qui con impeto, dominatrice,
versa Afrodite nelle tazze d'oro
chiaro vino celeste con la gioia.

(fine seconda lettura)

 

Lezione n. 4 .   Pascoli e la sua particolare poetica.

 

(testo, comunicazioni, appunti,  il “Fanciullino”,   la “sensibilità ambientale e la sensibilità sua propria”. )

Letture

 

Giovanni Pascoli.   Novembre

Gemmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore...

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E' l'estate
fredda, dei morti.

 

L'opera presenta due parti in contrapposizione tra loro.
Nella prima, il poeta descrive un paesaggio molto piacevole, attraverso la descrizioni sensoriali. Il sole lucente, l'odore del biancospino (il prunalbo), l'aria "gemmea" (limpida e fredda come una gemma).

La seconda strofa prende però una direzione diversa. Inizia con un "ma" che subito denota una contrapposizione a quanto descritto in precedenza. Le immagini mostrate sono infatti diverse. In realtà le piante sono secche e stecchite, in cielo non ci sono uccelli ("vuoto il cielo"), il passo lungo il terreno gelato non è stabile e il terreno sembra ricoprire una cavità ("cavo al piè sonante").

Ovunque regna il silenzio e l'unico suono che si avverte è quello lieve delle foglie che cadono per il vento.

La poesia, come detto, si compone di due parti completamente diverse.
La seconda dimostra che le belle sensazioni provate per il paesaggio e l'aria piacevole sono solo illusioni. Si è trattato quindi di una sorta di sogno a cui è seguito un brusco risveglio. Non c'è però solamente la desolazione per il paesaggio, ma anche a livello umano: c'è solitudine, non vi è traccia di altri uomini, nè di animali.

La vita umana, quindi, è rappresentata da questa poesia. L'infanzia e l'adolescenza (stagioni del "sogno", se vogliamo) non durano, perchè poi subentra il destino fatto di tristezza, desolazione e morte.

La poesia si chiude con una riflessione amara. Siamo a Novembre, l'estate è ormai lontana. Eppure il poeta non parla dell'autunno, ma di estate. Per la precisione, l'estate dei morti.

Proprio nel finale, possiamo apprezzare una sinestesia, il suono del "cader fragile delle foglie", insieme a un ossimoro composto dal concetto di "estate-fredda".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Preparazione per lettura in pubblico

Giovanni Pascoli.   Novembre

Gemmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore...

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E' l'estate
fredda, dei morti.

 

L'opera presenta due parti in contrapposizione tra loro.
Nella prima, il poeta descrive un paesaggio molto piacevole, attraverso la descrizioni sensoriali. Il sole lucente, l'odore del biancospino (il prunalbo), l'aria "gemmea" (limpida e fredda come una gemma).

La seconda strofa prende però una direzione diversa. Inizia con un "ma" che subito denota una contrapposizione a quanto descritto in precedenza. Le immagini mostrate sono infatti diverse. In realtà le piante sono secche e stecchite, in cielo non ci sono uccelli ("vuoto il cielo"), il passo lungo il terreno gelato non è stabile e il terreno sembra ricoprire una cavità ("cavo al piè sonante").

Ovunque regna il silenzio e l'unico suono che si avverte è quello lieve delle foglie che cadono per il vento.

La poesia, come detto, si compone di due parti completamente diverse.
La seconda dimostra che le belle sensazioni provate per il paesaggio e l'aria piacevole sono solo illusioni. Si è trattato quindi di una sorta di sogno a cui è seguito un brusco risveglio. Non c'è però solamente la desolazione per il paesaggio, ma anche a livello umano: c'è solitudine, non vi è traccia di altri uomini, nè di animali.

La vita umana, quindi, è rappresentata da questa poesia. L'infanzia e l'adolescenza (stagioni del "sogno", se vogliamo) non durano, perchè poi subentra il destino fatto di tristezza, desolazione e morte.

La poesia si chiude con una riflessione amara. Siamo a Novembre, l'estate è ormai lontana. Eppure il poeta non parla dell'autunno, ma di estate. Per la precisione, l'estate dei morti.

Proprio nel finale, possiamo apprezzare una sinestesia, il suono del "cader fragile delle foglie", insieme a un ossimoro composto dal concetto di "estate-fredda".

 

 

……………

1 Anne Carson, Economia dell’imperduto, trad. it. di Patrizio Ceccagnoli. Con uno scritto di Antonella Anedda, Milano, Utopia Editore, 2020, p. 11

2 Alessandro Broggi, Noi, Roma, Tic edizioni, 2021.

3 Laura Pugno, Noi, Mestre (Venezia), Amos edizioni, 2020.

4 Laura Pugno, In territorio selvaggio, Milano, Nottetempo, 2018, p. 23.

5 La prima autrice intervistata, il 18 dicembre 2019, è stata Renata Morresi: https://www.leparoleelecose.it/?p=36648 (ultima consultazione: 22 febbraio 2022).

6 Gilles Clément, Manifesto del Terzo paesaggio, trad. it. di Filippo De Pieri, Macerata, Quodlibet, 2005.

7 Su questi autori vertono i saggi di Emma Pavan, Francesco Brancati, Camilla Marchisotti e Mauro Candiloro compresi nella sezione «Antropocene e terzo paesaggio nella poesia italiana contemporanea», nel numero XXIV de «L’Ulisse – rivista di poesia, arti e scritture», dedicato al tema monografico Riscrivere la natura / Attraversare il paesaggio: https://rivistaulisse.files.wordpress.com/2021/12/lulisse-24.pdf (ultima consultazione: 22 febbraio 2022). La sezione ospita anche i contributi di Lucia Della Fontana, Jacopo Turini, Gianluca D’Andrea e Sara Vergari.

8 Franco Buffoni, Betelgeuse e altre poesie scientifiche, Milano, Mondadori, 2021, pp. 147-148.

9 Luca Baldoni, Anno naturale, prefazione di Tommaso Lisa, Firenze, Passigli, 2021.

12 Qualcosa ancora da cogliere. Poesia, terzo paesaggio? Un dialogo con Gianluca D’Andrea, 4 maggio 2020, https://www.leparoleelecose.it/?p=37083 (ultima consultazione: 22 febbraio 2022).

13 Gianluca D’Andrea, [Ecosistemi], Forlì, L’Arcolaio, 2013. Con questo titolo erano già apparsi in precedenza altri testi dell’autore.

 

 

Fine lezione (prima parte)  n. 4

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